“La scatola dei biscotti”
Un disordine voluto
Un’autobiografia di racconti. Istantanee di vita. Così è “La Scatola dei Biscotti” del fotografo Giovanni Mereghetti.
L’autore parla di sé, di viaggi, di fotografie, d’incontri, di umanità. Raccoglie nel libro paure, dolori, gioie; si sfoga, condivide i suoi sogni.
Nell’ideare la raccolta, si è affidato intenzionalmente al disordine, mescolando i racconti senza dar loro alcuna sistemazione, neanche da un punto di vista cronologico.
Un disordine voluto. Un po’ come, quand’era ragazzino, svuotava le scatole di metallo dello zio Guido sul tavolo della cucina. Le fotografie contenute si spargevano e trovare il bandolo della matassa per riordinarle era impossibile.
Giovanni Mereghetti ha concepito il libro perché, scrive, “avevo solo bisogno di parlare con qualcuno”. In realtà, dietro queste pagine, scritte con lucidità, passione, indignazione, sofferenza, nostalgia, c’è uno scopo ben preciso: sensibilizzare il lettore perché “la fotografia possa ancora trovare uno spazio non marginale di pausa e riflessione.”
Oggi vengono postati sui social miliardi di scatti ogni giorno, “insopportabilmente uguali”, e il piacere di fermarsi e assaporare un’immagine non c’è più. Giovanni, quando ho il piacere d’incontrarlo, me lo ripete. È la sua battaglia.
L’autore insegna, e lo si evince, leggendo il libro, che le fotografie perfette non sono sempre buone, anzi. L’orizzonte di tanti paesaggi può anche non essere dritto. Come spesso succede nella vita. Oggi fare una bella fotografia “è molto semplice”, scrive, “ci pensa la tecnologia”, ma una bella immagine non sarà mai buona se manca quel “maledetto un per cento”, che le dà sapore e la differenzia dalle altre. E quell’un per cento non lo danno gli occhi, non lo dà l’esperienza, pur importante; lo dà il cuore, l’anima dell’artista.
I capitoli che l’autore dedica alla fotografia sono scritti in corsivo e diversi parlano dei bambini africani, da lui incontrati e fotografati, “creature bellissime e poverissime, figli della natura coperti di niente”. Commuovente il ricordo dei due ragazzini etiopi dal volto dipinto; le decorazioni che avevano in viso, abbracciandosi, formavano un “cuore”. Struggente l’incontro in Sudan, in un ospedale, coi bambini affetti da malaria in stadio avanzato. A volte basta uno scatto per raccontare, altre volte può essere necessario non fotografare, per rispetto.
La fotografia è racconto, è denuncia, è condivisione, è un regalo a chi vuoi bene, ma è anche memoria. E l’autore, nel capitolo “L’album di famiglia”, ribadisce che “se non fissiamo nella gelatina di una pellicola o nella memoria di un sensore gli istanti più importanti della nostra vita, o più semplicemente il nostro quotidiano, è come se nulla fosse mai accaduto, e noi non fossimo mai esistiti”.
“La Scatola dei Biscotti” è il libro che tengo sul comodino della mia camera da letto. Di tanto in tanto lo apro a caso, come l’autore consiglia, e ne leggo un capitolo.
Marco Goisis
Treviglio (BG)
12 aprile 2026
