Affluenza record!
Mozzo (BG)
Sala Civica “Mimmo Boninelli” all’interno della Biblioteca Comunale “Sandro Pertini”
Giovedì 7 maggio 2026, ore 20.45
Un’altra location bellissima ha ospitato la presentazione del libro “Le mie Orobie”.
Affluenza record, quasi 50 persone! Abbiamo dovuto aggiungere due file di sedie.
Così il Comune di Mozzo, sul suo sito, qualche giorno prima ha pubblicizzato l’evento
“Le mie Orobie, storie e leggende delle valli bergamasche” (Santelli editore) è un libro di racconti. Alcuni sono frutto della fantasia popolare, altri narrano avvenimenti realmente accaduti. «Ho voluto calarmi nei racconti – spiega Marco Goisis – narrandoli in prima persona e usando il presente. Le valli di Bergamo sono luoghi a me cari. Il libro vuole essere un omaggio a tutti coloro che qui hanno vissuto e non ci sono più e un invito a fare spazio alla cultura. Conoscere la storia è fondamentale per dare il giusto valore al presente. Un libro per tutti: per chi, anziano, non ricordava; per chi, giovane, possa ricordare».
A Mozzo Goisis intraprenderà un viaggio nella cultura popolare, fra storie ambientate nelle valli bergamasche e nei borghi di montagna, in cui leggende locali e folklore si alternano a episodi di ingiustizia, violenza o paura ma anche a racconti più umani che riguardano la devozione, l’amore e l’ingegno. L’idea di fondo della narrazione di Goisis non è quella di “romanzare la montagna”, ma di fare parlare una memoria collettiva, spesso dura e tutt’altro che idealizzata, un passato da conoscere per dare un senso al presente.
L’amore per la montagna nasce da bambino grazie al nonno materno. Ricordo bellissime estati al suo fianco, lungo i sentieri delle Dolomiti di Brenta, in Trentino. Il nonno aveva una casa a Pinzolo. Parallelamente all’amore per la montagna, nasceva allora la mia passione per la fotografia e la scrittura. Ho iniziato a scrivere da bambino per fissare i ricordi. Non mi bastava aver visto con gli occhi un paesaggio, aver sentito il fischio delle marmotte, aver ascoltato la voce del vento. Tornato a casa dalle mie passeggiate col nonno, sentivo l’urgenza di vedere sul foglio le emozioni che avevo provato. Avevo paura di dimenticarmele. E la passeggiata non la consideravo finita se non facevo questo, se non la scrivevo. Come se fossi un giornalista che deve mandare il pezzo in redazione entro fine giornata.
Ho continuato negli anni a scrivere perché mi piace, perché mi fa stare bene, perché nutre la mia anima, perché voglio raccontare, condividere, insegnare, suscitare emozioni. Lo faccio non solo con le parole, anche con le fotografie. S’assomigliano la scrittura e la fotografia, sono modi diversi di raccontare. La fotografia, che ho incontrato all’età di otto anni, m’ha aiutato a formare il mio stile di scrittore. Io uso la penna come fosse una fotocamera. Voglio che chi legge quello che scrivo lo “veda” mentre sta leggendo, come se in mano tenesse una fotografia. E, mentre legge e vede, provi emozioni.
Animato dalla passione per la scrittura e da questo desiderio di racconto, un giorno di due anni fa, camminando nelle nostre valli, ho sentito il desiderio di raccogliere in un libro le storie e le leggende delle Orobie.
Che fine ti sei prefisso scrivendo il libro e quali sono state le tue fonti?
Ho raccolto storie e leggende perché di esse non si perda memoria. L’intento non era (e non è) promuovere il territorio o idealizzarlo, Il mio libro non è una guida turistica né una dichiarazione d’amore per luoghi comunque a me cari; vuole essere un omaggio alla cultura della memoria. Noi stiamo perdendo le nostre radici! L’augurio è che il libro aiuti il lettore anziano a ricordare ciò che conosceva e il lettore giovane a conoscere ciò che domani potrà ricordare e trasmettere ad altri.
Per scrivere “Le mie Orobie” ho comprato libri, alcuni me li son fatti prestare, ho consultato internet, ho studiato, ho conosciuto persone. Andare sul posto e incontrare chi lì vive è stato l’aspetto di questa mia ricerca che ricordo con più piacere. A Maslana, frazione di Valbondione, dove finisce la val Seriana, ai piedi delle cascate del Serio, mi sono ritrovato nella baita di Bernardino, ottantenne, che parlando solo in dialetto, mi ha sciorinato episodi e aneddoti che difficilmente sarei riuscito a reperire in internet o sui libri. Ricordo anche quando sono andato a Gromo. Avevo telefonato alla Pro Loco chiedendo di poter incontrare chi di Gromo sapesse tutto. «La Narcisa!» mi hanno risposto. «È la nostra memoria storica!» Mi aspettavo una vecchietta incurvata dagli acciacchi. Mi sono trovato davanti un vulcano di donna, solo pochi anni più di me, che per quasi tre ore mi ha sommerso di racconti ed entusiasmo.
Da questo tuo punto di vista molto importante – perché riporta il passato al presente e lo fa rivivere – pensi di poter stilare una sorta di “spirito” delle genti delle montagne bergamasche?
Guardavo giorni fa un mio autoscatto. Io e l’allora mia fidanzata, al mare. Un primo piano intenso. Sardegna, agosto 1991. Avevo 28 anni. Non c’era internet, non c’erano i cellulari, non c’era WhatsApp; la mia fotocamera era analogica. Era un altro mondo. Riportare il passato al presente facendolo rivivere è uno dei compiti della fotografia, che non è solo racconto, è anche memoria. Riportare il passato al presente con la scrittura è altrettanto importante. Anche il mondo delle leggende e delle storie raccontate nel libro era un altro mondo. Ma lo spirito dei bergamaschi non è cambiato. Penso ai brembani che nel quattordicesimo secolo emigrarono in massa a Venezia, allora centro del commercio e della cultura, alla ricerca di un lavoro migliore. Penso alla fede della pastorella rapita dal Rusì, malvivente di Gromo, che promette alla Madonna di darle la sua mucca più bella se fosse riuscita a salvarla. E agli abitanti di Dossena che in un momento di carestia si rifiutano di dare a un antiquario imbonitore i quadri della loro chiesa in cambio di sacchi di farina. Penso alla gente della val di Scalve, la gente comune, dopo il crollo della diga del Gleno: uomini e donne che non si sono persi d’animo e sono ripartiti, hanno ricostruito, con pochissimi aiuti. Più forti delle ingiustizie. A loro dei risarcimenti arrivarono solo briciole. Penso a Pietro Ruggeri da Stabello, il nostro più grande poeta dialettale; a Pietro Fanzago ideatore dell’orologio astronomico di Clusone; a Jacopo Nigretti de Lavalle, da Serina, che è passato alla storia col nome di Palma il Vecchio. La gente delle montagne bergamasche era gente fiera, devota, ingegnosa, che non s’arrendeva di fronte alle difficoltà e alle ingiustizie. Questo spirito c’è ancora. L’ho percepito parlando con Bernardino, con Narcisa, con le persone incontrate e che incontro anche oggi.
Nel libro parlo però anche di briganti e fuorilegge, come il Pacì Paciana e il Pianetti. E tra le leggende c’è quella del Rusì di Gromo e del Rossàl di Santa Brigida. Personaggi che nella vita hanno fatto i delinquenti. Non tutti i valligiani erano brave persone. Ma a tal riguardo, e qui concludo, riporto quanto scrisse Carlo Traini, nel suo libro “Leggende bergamasche”, nel prologo del capitolo “Il Rossàl”.
“Con tanti marioli che ci sono in mezzo alla nostra civilissima società, fa piacere constatare che di questi ce n’erano non pochi anche tra i nostri emeriti bisnonni, quasi che il malfare degli altri sia una scusa per il nostro e non un esempio da fuggire. Il mondo invecchia, ma non migliora. Non vorrei però si credesse che la Bergamasca sia un vivaio specializzato in questa fioritura di erbacce. Se si scrivesse allo stesso modo la storia di altri popoli, si vedrebbe che i Bergamaschi, con tutti i loro difetti, sono in generale almeno galantuomini quanto quelli di altre regioni della penisola dello stivale. Voglia dunque il cortese lettore sentire quest’altra storia bergamasca senza falsi preconcetti sull’orobica gente.”
